Trattativa Stato-mafia. Secondo Brusca era Nicola Mancino il destinatario del papello

“L’ultimo destinatario del papello di Totò Riina era Nicola Mancino”. È questa la bomba lanciata da uno che di esplosioni se ne intende:

Alcuni protagonisti della Trattativa

Alcuni protagonisti della Trattativa

Giovanni Brusca, il boss di San Giuseppe Jato che spinse il bottone del telecomando a Capaci facendo saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, e che da alcuni anni veste gli ambigui panni del pentito. Brusca ha preso la parola in qualità di indagato nel corso del processo sulla trattativa Stato-mafia di Palermo, giunto alla fase di udienza preliminare; solo in videoconferenza però, visto che le condizioni di sicurezza non gli hanno permesso di lasciare il carcere romano di Rebibbia dove attualmente è detenuto.

Brusca non ha fatto altro che confermare il contenuto delle deposizioni da lui già rilasciate in precedenza, ma sentire risuonare in aula il nome dell’ex ministro dell’Interno (a partire dal 1 luglio del 1992) quale destinatario finale delle richieste della mafia allo Stato per porre fine a stragismo ed omicidi eccellenti, ha fatto un certo effetto. Secondo il boss corleonese, imputato insieme a Mancino per la trattativa, fu proprio Totò Riina, il capo dei capi, a fargli il nome del plenipotenziario ministro Dc quale nuovo contatto, visto che le condizioni di Cosa Nostra contenute nel papello non erano ancora state accettate e ci sarebbe stato bisogno di “un altro colpetto, dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio”. I tempi coincidono.

Dunque, Nicola Mancino, lo stesso Mancino protagonista della ingarbugliata vicenda delle intercettazioni con il presidente Napolitano, sarebbe stato un referente della mafia, altro che vecchio amico che telefonava al Colle (al defunto Loris D’Ambrosio prima e direttamente al Capo dello Stato poi, solo per scambiarsi due chiacchiere e gli auguri di Pasqua). Certo, ad incastrarlo sono le parole di uno abituato a sciogliere i bambini nell’acido (ricordate il piccolo Di Maggio) e, dunque, non si sa fino a che punto credibile e sincero. Ma la conferma delle accuse nei confronti di Mancino non può che lasciare interdetti, se non altro perché intanto i file con le intercettazioni delle telefonate con The Voice presidenziale si trovano ancora sul tavolo del gip Riccardo Ricciardo. Quest’ultimo, una volta ascoltati i nastri una settimana fa, come stabilito dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha dato ragione a Napolitano e torto alla procura di Palermo, non se l’è sentita di mandarli subito al macero, ma sta ancora riflettendo sul da farsi. La domanda sorge spontanea: ma non sarà che quelle intercettazioni potrebbero rivelare circostanze imbarazzanti oppure utili ai fini dell’indagine sulla trattativa?

Ad ogni modo, come ogni buon politico che si rispetti, Nicola Mancino ha immediatamente rigettato le accuse di Brusca: “Nel periodo in cui ho rivestito la carica di ministro dell’Interno non ho mai ricevuto alcuna richiesta da parte di chicchessia in ordine a un’eventuale alleggerimento del contrasto dello Stato, che fu senza quartiere, nella lotta alla mafia e ad ogni altra forma di criminalità organizzata”. Risposta politichese che non poteva certo essere sostituita da un “sì, certo, sono sempre stato un fiancheggiatore di Cosa Nostra”. Colpito Mancino, il mirino di Brusca si è spostato verso un altro politico Dc, Calogero Mannino: “Nel 1992 Totò Riina, tramite Salvatore Biondino, mi diede l’incarico di uccidere Calogero Mannino, ma poi l’incarico mi venne revocato” perché, secondo i pm palermitani, aveva deciso di contattare Ciancimino per avviare la trattativa con lo scopo di non morire ammazzato come il collega Salvo Lima, già rappresentante del Sistema Andreotti in Sicilia.

Durante la lunga deposizione di Brusca sono saltati fuori anche i progetti omicidiari nei confronti dell’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli (“me ne sono interessato io e mandai qualcuno ad osservarlo”), e di Antonio Di Pietro, allora pm di Tangentopoli a Milano: “Avevo riferito a Toto Riina un colloquio tra me e Eugenio Galea, che si era messo a disposizione per uccidere Di Pietro: diceva che era facilissimo, perché viaggiava spesso da solo con una Tipo”. E poi, il ruolo di Massimo e Vito Ciancimino, quello di Mori, De Donno e del Ros dei carabinieri guidato da Antonio Subranni. Insomma uno spaccato di mafia lungo 20 anni, ma anche la descrizione di uno Stato legato a doppio filo a Cosa Nostra.

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