Trattativa Stato-mafia: Calogero mannino punta sul rito abbreviato per salvarsi

Il Giudice per le Udienze Preliminari del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha accettato la richiesta dei legali di Calogero Mannino di processare l’ex esponente della Dc siciliana con rito abbreviato. La sua posizione verrà dunque stralciata dal processo sulla trattativa Stato-Mafia che vede coinvolti altri imputati eccellenti per i quali Morosini deciderà a breve sul rinvio a giudizio. Il processo a Mannino comincerà invece il prossimo 20 di marzo, rendendo la posizione del plenipotenziario della Balena Bianca siciliana molto simile a quella del boss Bernardo Provenzano, in attesa al momento di stabilire “la sua capacità di stare in giudizio”, in seguito alle misteriose cadute nel carcere di Parma che lo avrebbero ridotto in uno stato di coma, adesso in via di miglioramento.

Calogero Mannino

Calogero Mannino

I guai non sembrano comunque finiti per Mannino visto che, durante l’udienza del 25 gennaio, il giudice Morosini ha stabilito di acquisire agli atti del processo la famigerata Agenda di Bruno Contrada, l’ex numero 3 del Sisde (servizio segreto ora denominato Aisi) all’epoca delle stragi, condannato a 10 anni con sentenza definitiva  per concorso esterno in associazione mafiosa, perché ritenuto anello di congiunzione tra i boss della Cupola e parte delle Istituzioni. Nella sua Agenda, che non è quella Rossa di Paolo Borsellino sparita a via D’Amelio, sarebbero contenute le annotazioni dei suoi incontri con Mannino nell’estate del ’92, e le rivendicazioni della Falange Armata, prima e dopo l’omicidio del maresciallo Giuliano Guazzelli, ufficiale dei cc molto vicino a don Calogero.

Al netto di Mannino e Provenzano, sono al momento 10 gli imputati rimasti in lizza: i boss Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e il “pentito” Giovanni Brusca (colui che sciolse nell’acido il piccolo Di Matteo, gli ufficiali del Ros dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, la gola profonda Massimo Ciancimino -il figlio di don Vito accusato di concorso esterno e di calunnia ai danni dell’attuale sottosegretario Gianni De Gennaro-, per chiudere con i due politici Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, invischiato nella trattativa dalle dichiarazioni di Brusca e accusato dai pm palermitani di falsa testimonianza.

Sempre nella citata udienza del 25 gennaio, Morosini ha stabilito di acquisire tre nuove testimonianze, tutte di grido. Il primo di febbraio si presenterà nell’aula bunker di Palermo proprio il boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca che, dall’alto del suo poco credibile ruolo di pentito, dovrà cercare di chiarire le varie fasi dell’evoluzione della strategia di Cosa Nostra durante il biennio stragista 1992-’94 a partire dall’omicidio di Salvo Lima all’inizio del ’92. Insieme a Brusca il tribunale vedrà alla sbarra nei panni di testimone anche Paolo Bellini. Accusato dallo stesso Brusca di essere “l’ispiratore” della campagna bombarola mafiosa contro il patrimonio artistico del belpaese, Bellini è un personaggio da romanzo. Ex esponente di Avanguardia Nazionale, fuggito in Brasile negli anni ’90 perché indagato per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, comincio a collaborare con gli inquirenti nel 1999 quando venne arrestato. Ma perché divenne mediatore per conto di Cosa Nostra? Il boss Nino Gioè, prima di suicidarsi in carcere, ci fornisce una risposta esaustiva: “Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato”.

Il 12 di febbraio toccherà invece all’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, salire sul palco del processo alla trattativa con la qualifica di “parte lesa”, in quanto calunniato e tirato in mezzo da Massimo Ciancimino. Certo è che De Gennaro era al vertice della Dia tra il 1991 e il 1994, ed ancora più certo è che l’Antimafia fosse al corrente (relazione del 10 agosto 1993) dell’intenzione dei boss di ricorrere allo stragismo proprio per aggiustare la trattativa in atto con alcuni pezzi dello Stato. Una storia ancora tutta da scrivere.

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