Rimborsopoli lombarda, tutti i consiglieri indagati. Un record

Esiste una fotografia che rimarrà probabilmente negli annali della storia giudiziaria italiana: quella che ritrae tutti insieme appassionatamente i 5 membri dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale Lombardo i 5. Accanto a quelle di Davide Boni (Lega), Franco Nicoli Cristiani (Pdl), Filippo Penati (Pd) e Massimo Ponzoni (Pdl), tutti da un pezzo arrestati o indagati a vario titolo, appare un quinto volto. È quello di Carlo Spreafico del Pd, fino a ieri l’unico “indiano” sopravvissuto alla mattanza compiuta dalla procura di Milano. Ora che Spreafico risulta indagato per peculato nel nuovo filone dell’inchiesta sui rimborsi facili al Pirellone si può finalmente dire che il cerchio si sia chiuso.

 

Alcuni dei documenti sequestrati al Pirellone

Alcuni dei documenti sequestrati al Pirellone

Naturalmente Spreafico non è stato abbandonato ad una corsa solitaria verso l’accertamento delle sue responsabilità penali. Il piddino si trova in buona compagnia perché sono 29 i consiglieri, tra ex e ancora in carica, a risultare adesso indagati, sempre con l’accusa di peculato. La ruota della (s)fortuna questa volta si è fermata dalla parte dei consiglieri di opposizione –Pd, Sel, Idv, Udc e persino Pensionati– che vanno così a completare il quadro dei 62 consiglieri della maggioranza Pdl-Lega già indagati da mesi. In pratica, è l’intero consiglio regionale uscente, ed anche qualcosa di più, ad essere finito tra le carte che i pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio, coordinati dall’aggiunto Alfredo Robledo, stanno ancora esaminando.

Tra i nomi più noti della nuova infornata di indagati, dei quali solo 7 non hanno ancora ricevuto l’invito a comparire, ci sarebbero i cinque capigruppo Luca Gaffuri (Pd), Chiara Cremonesi (Sel), Stefano Zamponi (Idv), Elisabetta Fatuzzo (Pensionati) e Gianmarco Quadrini (Udc). I particolari del nuovo filone di inchiesta raccontano, come sempre, di un mondo marcio e corrotto, dove era divenuta prassi comune farsi rimborsare dal contribuente anche il cappuccino preso al bar con un amico; segno evidente di decadenza politica e morale. Il volto televisivamente più conosciuto tra i 29 indagati è sicuramente quello di Pippo Civati, il Rottamatore renziano sospettato di aver arraffato una somma complessiva di 3145,99 euro negli anni 2008, 2009, 2010, 2011, 2012 per spese “estranee all’espletamento del mandato”. Pochi spiccioli se paragonato a “professionisti” come Penati e Nicoli Cristiani, ma tutti bruciati in taxi, posteggi, biglietti ferroviari, francobolli e pernottamenti in hotel. Civati si è detto “fiducioso nel lavoro dei magistrati, ho sempre rendicontato voce per voce tutte le mie spese”. In pratica, il Rottamatore si dichiara “sereno”, parola che, di questi tempi, più che un aggettivo è divenuta quasi una confessione.

Ma il falò delle vanità non finisce certo qui. Tra le spese pazze sostenute dai novelli Nicole Minetti e Renzo Bossi si possono annoverare 10 mila euro tra catering, coffee break e consumazioni bar gentilmente offerti dal Pd, i 2670 euro spesi dal succitato Carlo Spreafico per pubblicare Tramonto celeste, alba democratica, una sorta di pamphlet anti-Formigoni, 250 euro di Sel al sushi bar, i 350 spesi dall’Idv in una più classica trattoria e poi, cene, pernottamenti in albergo, un barattolo di nutella da 2 euro e 70 centesimi e persino, beffa tra le beffe, l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia nel 2008 pagata 101 euro.

La capogruppo di Sel, Chiara Cremonesi, avrebbe spaziato dai rifornimenti di carburante ai biglietti ferroviari e persino un master dal titolo “Vincere le elezioni”. Invito a comparire anche per il blocco Pd, Alessandro Alfieri, Angelo Costanzo, Enrico Marcora, Franco Mirabelli, Carlo Porcari, Francesco Prina e Antonio Viotto, che, a differenza di Idv e Sel, nei mesi scorsi si era rifiutato persino di presentare le fatture delle spese sostenute con i rimborsi elettorali. Comprensibile, visto che quei denari servivano per pagare le bollette Telecom ed Enel. Una brutta gatta da pelare per il candidato del centro-sinistra alla Regione Umberto Ambrosoli, obbligato a costringere gli indagati presenti nelle sue liste a dimettersi in caso di rinvio a giudizio.

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