Guerra tra clan: Cosentino attacca Berlusconi, Alfano e Bocchino

Il Casalese

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Durante la conferenza stampa convocata il 22 gennaio a Napoli per commentare l’avvenuta esclusione dalle liste Pdl, Nicola Cosentino aveva deluso le aspettative di chi pensava ad una immediata vendetta mediatica trasversale. Il potente uomo politico di Casal di Principe aveva sì avuto qualche parolina di riguardo per il segretario azzurro Angelino Alfano, “Alfano? Non ho nulla contro la categoria dei perdenti di successo”, accompagnata da un pensiero gentile riservato anche all’antico rivale Italo Bocchino (“L’unico referente vero dei casalesi è Bocchino, perché nel 1996 è stato eletto nel collegio di Casal di Principe, mentre io ero candidato a Piedimonte Matese, dove non la camorra non c’è”).

Colpi sparati più con la pancia che frutto di una meditata strategia comunicativa atta a difendere la sua posizione in bilico tra la carriera politica e il carcere chiesto per lui dalla procura di Santa Maria Capua Vetere per concorso esterno nell’associazione camorristica casalese. Un Cosentino non pugnace e dal dente avvelenato come ci si poteva aspettare, ma un Nick dai toni dimessi che anche nei confronti dell’odiato Stefano Caldoro -il governatore campano al quale, si dice, Cosentino e i suoi avevano preparato un bel dossier a base di trans per farlo fuori dalla corsa alle regionali-, è riuscito a bofonchiare solo un timido “adesso non potrà più giocare al buono e al cattivo”.

Ma la vera e propria professione di fede il casalese l’aveva fatta per Silvio Berlusconi, il vero responsabile, sondaggi Ghisleri alla mano, dell’epurazione forzata di Nicola Cosentino dal clan, pardon, dalla famiglia Pdl. “Persona straordinaria con cui c’è un vincolo di stima e di amicizia, anche lui un perseguitato da una parte della magistratura” così apostrofava il Cavaliere l’ex sottosegretario all’Economia sommerso da una selva di microfoni. E poi ancora: “Non mi sento maltrattato né un capro espiatorio, ho compreso le esigenze del partito. Si è voluta evitare una strumentalizzazione forte in campagna elettorale. Accetto senza nessuna polemica. Se può servire a prendere qualche voto in più e battere queste sinistre, va bene”. Un Nicola Cosentino confuso ed irriconoscibile, apparso talmente dimesso da accettare di buon grado anche la galera pur di non scontentare il divo Silvio.

Ma, a leggere così della questione, i conti proprio non tornano. E infatti, passati si e no pochi minuti, ecco tornare in campo il vecchio Cosentino, risoluto a non voler mollare l’osso del potere senza neanche combattere. L’occasione è un’intervista concessa al tanto vituperato Fatto Quotidiano durante il tragitto da Napoli a Roma compiuto su un Frecciarossa subito dopo la conclusione della conferenza stampa. “Adesso chiamano tutti quanti da Roma per congratularsi, Berlusconi ha chiamato cinque volte stamane e sette ieri” ha esordito Cosentino,  “Temeva che la facessi fuori dal vaso, invece io non sono uno che si lascia andare. So aspettare, e l’ansia la faccio venire a loro, ma piano piano”. Un’uscita alla casalese dai toni più o meno minacciosi.

Il voltafaccia è rivolto in prima persona proprio al giulivo Cavaliere: “Berlusconi è un po’ pazzo, è convinto davvero di vincere, lui si convince di una cosa anche se irrealizzabile e la trasforma in verità”. Di fronte alla richiesta del boss di Arcore di farsi da parte per il bene del partito la risposta di Cosentino è stata raggelante: “Guarda che ho una dignità, io non voglio niente da te. Ti dico solo questo: i magistrati ci hanno provato e non ci sono riusciti, sei tu che mi mandi in carcere”. Dichiarazioni da Guerra Fredda, altro che Reagan e Breznev. Nick O’mericano si sente bersaglio di una congiura (“sono stato vittima della tenaglia Caldoro-Alfano”) e aggiunge fiele anche nei confronti di Verdini e Cesaro, chiudendo la vendicativa intervista con una inimitabile manifestazione di modestia: “Senza di me sarà un flop maestoso, la gente è schifata, non va a votare. Se avessero lasciato fare a me avremmo fatto bingo”. Stile casalese doc.

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