Formigoni indagato (ancora) per corruzione. Il potere di Comunione & Liberazione in Lombardia

Formigoni durante un meeting di Cl

Formigoni durante un meeting di Cl

Il primo a dare la notizia di una nuova indagine per corruzione aperta su Roberto Formigoni era stato venerdì scorso il Corriere della Sera. Al presidente uscente della Regione Lombardia non bastava l’accusa di corruzione nell’inchiesta sulle presunte tangenti elargite dalla Fondazione Maugeri al Celeste per tramite dell’amico Pierangelo Daccò, già condannato a dieci anni e, al momento, dietro le sbarre. Ora la procura di Milano indaga ufficialmente l’ex campione di Comunione e Liberazione anche per il caso San Raffaele, la struttura ospedaliera fondata dal defunto Don Verzé.

Secondo gli inquirenti Formigoni avrebbe usufruito truffaldinamente di ville di lusso, yacht principeschi, viaggi in paradisi tropicali, fondi neri e di tutto ciò che sulle carte dell’inchiesta viene definito “benefit”, in cambio di finanziamenti pubblici fatti ottenere al compagno di fede Daccò. Reati per i quali il ciellino numero 1 in Lombardia era già inquisito nel filone Maugeri, ma che adesso coinvolgono anche il gigante dai piedi d’argilla e dalle mani bucate chiamato San Raffaele. I benefit elargiti da Daccò sarebbero stati garantiti da somme provenienti da pagamenti illeciti e da fondi sottratti illegittimamente dalle casse delle due strutture sanitarie, a loro volta collettori di denaro sporco distratto dalle somme erogate dalla Regione. È più o meno questo il riassunto delle carte che i pm Greco, Pedio, Pastore e Ruta hanno nelle mani, come ad esempio un’informativa della polizia giudiziaria datata 27 giugno 2012.

Da quanto emerso finora dalle inchieste, viene delineandosi la figura ambigua di Pierangelo Daccò, definitosi lui stesso un “mediatore in Regione per conto della Maugeri e del San Raffaele”, uno che sapeva come aprire le porte giuste e muoversi tra i corridoi del vecchio Pirellone, un po’ come Andrea Roncato, improbabile procuratore di calcio nel mitico film L’allenatore nel pallone con Lino Banfi. Daccò avrebbe drenato un tesoretto di 60 milioni dalla Maugeri e un altro di 7 o 8 dalla struttura sanitaria di Don Verzé. Tra le prove raccolte contro Daccò ci sarebbe un milione di euro, transitato sul conto di una società svizzera di Daccò, la Mtb srl, per poi sparire misteriosamente.

A raccontare ai pm la storia del milione scomparso è stato Danilo Donati, addetto alla sicurezza del San Raffaele, secondo il quale quella pagata dalla società Metodo dei costruttori Gianluca Zammarchi eAndrea Bezziccheri era una tangente. Secondo Donati i due imprenditori, su richiesta esplicita del defunto Mario Cal –il braccio destro di Don Verzé morto suicida- avevano dovuto scucire “un milione di euro in contanti, in Svizzera a Lugano, al commercialista di Formigoni per esigenze di spese personali di quest’ultimo e per la barca di Formigoni”. Il supertestimone Donati ha in seguito ritrattato su alcuni punti, ma ad inchiodare la banda Formigoni-Daccò si è aggiunta anche una super-perizia di Maurizio Bracchi, consulente tecnico nominato dalla procura meneghina che ha analizzato le delibere dei finanziamenti regionali nell’era Formigoni (1995-2010), riscontrando ripetute e sospettre anomalie amministrative.

“Questo famoso consulente non ha capito nulla”, è stata la scontata risposta del Celeste, “e non è con l’ignoranza che si possono sollevare accuse”. Inseguito dalle inchieste, costretto a chiudere la baracca della legislatura regionale a causa dello scandalo rimborsi ai consiglieri (ricordate Mignottocrazia di Nicole Minetti ed il frigobar del Trota?), affondato dal voto di scambio e dalle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Regione, Roberto Formigoni si sente ancora “puro come acqua di fonte” ed ha la faccia tosta di non arrendersi: “Non un reato è stato commesso. Non un centesimo di denaro pubblico è stato dissipato. E nessuno potrà dimostrare il contrario”. Se lo dice lui c’è da starne certi.

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