Ecco chi sono i parlamentari del Movimento5Stelle

L’esercito grillino si appresta ad invadere il parlamento. Sono 108 i cittadini che Beppe Grillo è riuscito a far entrare a Montecitorio sull’onda del successo dello Tsunami Tour e delle istanze di cambiamento invocate a gran voce dagli italiani. Cittadini e non onorevoli, come hanno già fatto sapere di voler essere apostrofati i grillini, per marcare subito le distanze dalla casta e dai suoi privilegi. Definizione che rimanda alla Rivoluzione francese del 1789, quando iniziarono a rotolare molte teste della casta aristocratica, comprese quelle di Luigi XVI e della consorte Maria Antonietta.

I senatori saranno invece 54, la metà esatta dei colleghi di Montecitorio, ma decisivi per la eventuale fiducia al nascente governo. Ma vediamo un po’ di numeri. L’Italia dominata fino a ieri da una gerontocrazia, si ritrova ad avere il parlamento più giovane d’Europa con 48 anni di media tra Camera e Senato, invece dei precedenti 55 anni. Media inferiore persino a quella over 50 degli Stati Uniti. Merito ovviamente del M5S che può vantare la media più bassa, 37 anni (33 alla Camera e 46 al Senato), che fa da contraltare ai vecchietti del Pdl (54 di media, 50 alla Camera e 57 al Senato). Tutti si taglieranno lo stipendio del 75%, anche se i giornali di Regime non rinunciano ancora a gettare fango.

 

Altro dato scioccante per un’Italia ancora legata ad ammuffiti schemi mentali maschilisti è la vigorosa presenza delle donne nei palazzi che contano. Nella scorsa legislatura le parlamentari rosa rappresentavano il 20% del totale ed oggi invece raggiungono la quota record del 31%. Record in Europa e record nella storia repubblicana del nostro paese. Naturalmente la parte del mattatore, anche in questo caso, la fa il Movimento5Stelle che può vantare un 38% di presenza femminile, neanche fossimo in Svezia o Norvegia.

Ecco qualche nome. L’onorevole, pardon, la cittadina più giovane è la 25enne Marta Grande, portavoce del M5S del Lazio. La più attempata, invece, è la senatrice Tiziana Buccarella, impiegata di 65 anni eletta in Puglia. Alla Camera i giovani la fanno da padroni. Non ce n’è uno che superi i 40 anni, anzi, i più “vecchi” sono Massimo Baroni –psicologo eletto nel Lazio- e Cristian Iannuzzi –tecnico elettronico anche lui laziale- entrambi di 39 anni. Giovanissimi anche molti eletti a Palazzo Madama, considerata l’età minima di 40 anni per l’elettorato passivo. Tanti i senatori poco più che 40enni come l’impiegato campano Sergio Puglia o l’insegnante sarda Emanuela Serra.

A scorrere le fotografie dei parlamentari grillini pubblicate da giornali e siti on-line si respira un’aria di “persone normali” e non più degli ambigui collettori di voti come Nick Cosentino, tanto per fare un esempio tra molti. Impiegati, operai, architetti, ingegneri, insegnanti, ma anche studenti e disoccupati. Ecco chi sono i nuovi parlamentari. Cittadini chiamati al difficile compito di ricoprire la carica di rappresentante del popolo. Ma rappresentante vero, privato degli orpelli della democrazia rappresentativa per riferire direttamente ai quasi 9 milioni di elettori di Grillo quello che accade in parlamento attraverso un rapporto diretto e non mediato che non lascerà spazio agli inciuci da Prima e Seconda repubblica.

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Dopo il No di Grillo, il “morto che parla” Bersani tentato da Berlusconi

La risposta di Beppe Grillo alle avances formulate dal segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per un accordo che permetta di formare un governo, se pur di minoranza, ha fatto il giro del mondo, cliccata e linkata sul blog del portavoce del Movimento5Stelle. Grillo ha gelato le speranze di Bersani, ovviamente a modo suo: “Bersani è uno stalker politico. Da giorni sta importunando il M5S con proposte indecenti invece di dimettersi, come al suo posto farebbe chiunque altro. E’ riuscito persino a perdere vincendo. Ha superato la buonanima di Waterloo Veltroni”.

Un giudizio tranciante che sembrerebbe mettere la parola fine alle speranze del “partito che non ha vinto”, ma che vuole comunque governare, di convincere i grillini a replicare l’esperienza del laboratorio siciliano dove, alla Regione, il presidente Rosario Crocetta, indipendente del Pd, governa con i voti di Cancelleri e del Movimento. Ma Grillo è impietoso. Elenca le offese subite dallo “smacchiatore fallito” che, convinto di vincere le elezioni e di trovare un accordo col centro montiano, aveva snobbato le istanze di cambiamento e di rifiuto della casta coagulatesi attorno alla figura del tribuno genovese. “Fascisti del web”, “con Grillo finiamo come in Grecia”, “Grillo fa promesse come Berlusconi”, sono solo alcuni degli epiteti usciti dalla bocca di Bersani, irritato dagli attacchi di Grillo che, ancora ieri, lo ha indicato come il “47, morto che parla”, rendendolo ridicolo di fronte al popolo del web, e non solo.

Poi, la chiusura che sembra essere definitiva chiusura che sembra essere definitiva: “Il M5S non darà alcun voto di fiducia al Pd (né ad altri). Voterà in aula le leggi che rispecchiano il suo programma chiunque sia a proporle. Se Bersani vorrà proporre l’abolizione dei contributi pubblici ai partiti sin dalle ultime elezioni lo voteremo di slancio, se metterà in calendario il reddito di cittadinanza lo voteremo con passione”. Logico che Beppe Grillo non potesse, dalla sera alla mattina, modificare a 360° la linea politica del M5S, nato per “mandare a casa” la casta. Ma, ad una attenta analisi politica, non sfugge la contraddizione del dichiarare l’impossibilità del voto di fiducia mentre si apre alla collaborazione legge per legge.

Grillo e Casaleggio, non sono certo stupidi e sanno benissimo che senza fiducia e appoggio esterno ad un governo di minoranza si andrebbe tutti a casa, senza avere la possibilità di costringere il Pd a votare il programma a 5Stelle. Grillo sta dunque tastando il terreno per alzare il prezzo dell’accordo (brutta espressione da Prima repubblica) e costringere l’inguardabile Bersani e il suo gruppo dirigente alle dimissioni per poi ricontrattare con il Nuovo Pd. Il M5S, primo partito italiano, sente la responsabilità di avviare il cambiamento. Ora. Subito. E Grillo lo sa. Lo dimostrano le migliaia di commenti che hanno intasato il blog, quasi tutti favorevoli a dare una mano al Pd per poi tenerlo per le orecchie nelle aule parlamentari.

Intanto Silvio Berlusconi tenta di inserirsi nella trattativa attraverso un videomessaggio :  “Nei prossimi giorni dovremmo riflettere sugli scenari politici e sulle proposte per il futuro del paese. Nessuna forza politica e responsabile può ignorare il valore della governabilità”. Il Cavaliere –inseguito da procure e processi, ultimo quello sulla corruzione del senatore Sergio De Gregorio– gioca la carta della collaborazione e della responsabilità verso il Pd. Un giochino già sentito, ma che non trova sorda una larga fetta della nomenklatura Pd, a partire da Massimo D’Alema, convinta fino a ieri di potersi spartire le poltrone di governo ed ora rimasta a bocca asciutta. Povero Bersani, l’unico segretario di partito che non si dimette dopo una sconfitta ma è costretto, suo malgrado, a sacrificarsi sull’altare dell’interesse popolare. Cornuto e mazziato.

Da Fini a Di Pietro, tutti gli esclusi illustri dal Parlamento

La rottamazione della casta è riuscita solo a metà. Tanti i volti noti della politica costretti a rinunciare al seggio parlamentare, a volte dopo decenni di (dis)onorata carriera. Un momento storico quello che stanno vivendo i cittadini italiani, ormai abituati ad accendere la tv per vedere su Porta a Porta o da Santoro sempre le stesse facce. Adesso qualcosa dovrà necessariamente cambiare. Il nome più inflazionato tra quelli dei trombati illustri è naturalmente quello di Gianfranco Fini, la cui prima apparizione alla Camera dei Deputati risale addirittura al giurassico 1983.

Prima delfino di Almirante, poi elevato a segretario del Msi, divenuto in seguito An, annesso da Berlusconi nel Pdl e, infine, tentato dall’avventura solitaria con Fli dopo la rottura con il Cavaliere (“Che fai mi cacci?”), conclusasi in modo disastroso con la cancellazione della componente finiana dall’alveo parlamentare. Tutta colpa della sciagurata alleanza con il tassatore Monti. Al secondo posto nella classifica delle pensioni d’oro assicurate dalla carriera politica c’è Tonino Di Pietro. Il giaguaro di Montenero di Bisaccia -colpito prima dall’inchiesta di Report che lo ha misteriosamente portato all’oblio e affondato poi dalla partecipazione alla Sinistra Arcobaleno 2 guidata dal flemmatico Ingroia– evapora da Montecitorio facendo gioire i berlusconiani, da sempre nemici dei “manettari” ex pm Di Pietro e Ingroia.

Ma la lista degli ex non finisce qui. La stessa sorte è toccata ai “Compagni” di viaggio in Rivoluzione Civile, Diliberto e Ferrero, peraltro già fuori dalla scorsa legislatura, nonché al profugo grillino Giovanni Favia. Il Pd è invece riuscito a liberarsi di Paola Concia, l’attivista dei diritti civili, dichiaratamente lesbica, divenuta misteriosamente una zavorra per il partito di Bersani. Di pezzi ne ha persi, e anche parecchi, il bel Pier Casini, salvo per miracolo con una pattuglia di 8 sopravvissuti, ma privato del fidato Roberto Rao. Anche a Destra, comunque, si registrano degli addii eccellenti. Non ce l’hanno fatta come nel 2008 il camerata Teodoro Buontempo e il suo “federale” Francesco Storace, asfaltato anche alle elezioni regionali da Nicola Zingaretti. Anche il Sud deve giocoforza rinunciare ai suoi campioni più acclamati. Fatto fuori Nick Cosentino da Berlusconi prima della tornata elettorale, abbandonano il campo degli Onorevoli anche Raffaele Lombardo e Gianfranco Miccichè, al quale da oggi in poi converrà occuparsi del suo cuore malandato.

La lista degli esclusi comprende anche Oscar Giannino, Roberto natale e Mario Sechi. Certo, nomi di grido fuori dal parlamento ce ne sono in quantità –se si aggiungono anche quelli di due pezzi da 90 come Massimo D’Alema e Walter Veltroni, già rottamati-, ma a volte i nomi dei presenti fanno più rumore di quelli che non ci sono più. Nonostante la ripulita anticasta propiziata dal successo di Beppe Grillo, sono ancora tanti i dinosauri della politica che gli italiani dovranno ancora sopportare.

 

Ecco la fiera degli orrori. Il primo nella lista dei promossi è senza dubbio Domenico Scilipoti, lui, simbolo della casta, riuscito invece a passare indenne nella tempesta grillina. L’impalpabile Monti è riuscito a trascinarsi dietro Casini l’immortale con tanto di corredo di Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione. Il Pd ripresenta la minestra riscaldata di Enrico Letta, Rosy Bindi e poi Epifani, Franceschini e Boccia. Aria viziata anche in casa Pdl, il partito che ha perso di più ma che ha cambiato di meno. Berlusconi non ha voluto privarsi della compagnia di Alfano, Rotondi, Gelmini, Carfagna, Brambilla, Lupi, Santanchè, Fitto e Prestigiacomo. Tutti insieme appassionatamente da più di un decennio.

Il Pd ai piedi di Grillo

A meno di 48 ore dai risultati elettorali che consegnano all’Italia un elevato rischio di ingovernabilità e una frammentazione parlamentare forse insanabile, il Pd rompe gli indugi e lascia intendere di essere disposto a tutto pur di entrare nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi. A lanciare un ramoscello di Ulivo nei confronti del M5S di Beppe Grillo, percepito fino a ieri come il simbolo dell’antipolitica ed ora elevato al rango di statista, è stato in prima persona il segretario Pierluigi Bersani, durante un’affollata conferenza stampa.

Consapevole della cruda realtà dei numeri parlamentari, Bersani aveva solo due soluzioni. Escluso dai giochi Mario Monti, condannato dagli elettori all’irrilevanza politica, non rimane che accordarsi con il Pdl di Berlusconi per un governissimo, oppure mettersi l’anima in pace e virare verso il programma grillino per ottenerne la fiducia. Esclusa di netto la prima ipotesi -pena l’impiccagione di tutto l’inguardabile gruppo dirigente Pd a piazzale Loreto- l’unica soluzione per il partito che “non ha vinto le elezioni” (Bersani dixit), ma che riceverà l’incarico di formare il governo da Napolitano, è quella di aprire a Grillo. Si parla persino della concessione della presidenza della Camera al M5S.

 

Bersani usa tutta la sua abilità politichese per tirare in mezzo i grillini: “So che fin qui hanno detto ‘tutti a casa’, ora ci sono anche loro, o vanno a casa anche loro o dicono che cosa vogliono fare per questo paese loro e dei loro figli”, puntando tutto sul senso di responsabilità che il primo “partito” italiano ha nei confronti dei cittadini che gli hanno dato fiducia. E poi lancia il suo mini-programma in “quattro titoli”: “Riforme istituzionali, la riforma della politica e dei suoi costi, la legge sui partiti e una moralità pubblica e privata”. Se non fosse Gargamella in persona a parlare sembrerebbe di ascoltare un comizio del tribuno genovese. Potere della democrazia che costringe la casta, fino a ieri baldanzosa ed autoreferenziale, a gettarsi ai piedi dell’odiato Grillo pur di sopravvivere.

Grillo aveva ragione: “Entreremo in parlamento e lo apriremo come una scatoletta di tonno. Li costringeremo a non rubare”. Nascosto dietro un paio di Ray-Ban, ma visibilmente raggiante, in mattinata il nuovo protagonista della politica italiana aveva prima tagliato corto su un possibile inciucio di governo tra Pdmenoelle e Pdl. Circondato dalle pressanti domande di un esercito di giornalisti, il guru a 5Stelle non aveva però escluso un appoggio al Pd “legge per legge, qualora ci siano delle proposte convergenti”, come ad esempio il No al Tav, la legge sul conflitto di interessi (compreso il trust Pd-Mps), la tassazione dei ricavi delle slot machines per trovare i fondi per il reddito di cittadinanza e per le piccole e medie imprese.

Una medicina forse troppo amara da bere per Bersani che, infatti, ha voluto replicare con un “Certo, tema per tema è apprezzabile ma anche piuttosto comodo”, paventando anche l’impossibilità di convergere con Grillo sulla possibile uscita dell’Italia dall’euro. Non conviene comunque al segretario alzare troppo la voce perché, accettata la necessità di doversi presentare da Grillo col cappello in mano per tutta la legislatura, per il Pd diventa necessario convincere il M5S a votare la prima fiducia al senato, passaggio burocratico inevitabile, ma che i grillini potrebbero per coerenza non accettare, a meno di clamorose concessioni al loro programma.

Un grattacapo per Bersani che, tentato dalle dimissioni a caldo dopo la clamorosa debacle, rischia adesso di vedersi ricrescere una folta chioma sulla testa a causa dello stress da grillismo acuto. Il terrore per l’ipotesi di governo Grillo-Bersani si è esteso anche al Pdl, salvato da Berlusconi ma ora ostaggio di Grillo. La paura è così tanta che il segretario Alfano ha dovuto farsi avanti proponendo a sua volta, udite udite, un mini programma che sa tanto di 5Stelle: “Meno tasse, più lavoro, riduzione del numero e degli stipendi dei parlamentari, eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti”. Allora è vero che c’era un Grillo in tutti loro.

Miracolo Berlusconi. Apre al Pd: “No al ritorno al voto”

Sono passate solo poche ore dall’ennesimo miracolo politico compiuto da Silvio Berlusconi, la moltiplicazione dei voti e delle preferenze, che già il Cavaliere assetato di potere prova a dipingere gli scenari politici del prossimo futuro. Il Suo Pdl (in tutti i sensi, perché senza di lui il partito si sarebbe dissolto) è riuscito nell’impresa che neanche i più benevoli sondaggi Ghisleri avrebbero pronosticato: conquistare tutte le regioni date in bilico -dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Campania e Veneto- e arrivare a poco più di 100 mila voti dal centro-sinistra alla Camera. Roba da film di fantascienza.

Quel demonio di Berlusconi è riuscito a risorgere dalle sue ceneri quando tutti, persino i suoi dipendenti di partito, lo avevano dato per spacciato. Adesso, considerando che l’unica possibile alternativa al suo ritorno in campo in maggioranza sarebbe un accordo tra Pd e Grillo (le cui probabilità sono al momento pari a zero), l’arzillo nonnetto di Arcore pensa al futuro e mette da parte i facili entusiasmi. Intervistato questa mattina dal fedele Maurizio Belpietro durante La telefonata su Canale5, il Cavaliere ha tirato fuori la mai riposta maschera da statista, conscio di poter dire ancora la sua nella politica italiana. “Qualcuno dovrà acconciarsi a fare qualche sacrificio, ma l’Italia non merita di non essere governata” che, tradotto, suona come un invito alla Grande Coalizione.

 

Ma prima una inevitabile e, bisogna dirlo, più che meritata stoccata agli avversari di sempre: “Io avevo detto che mi sarei ubriacato se tutto il centro di Monti, Fini e Casini non avesse raggiunto il 10%, invece lo ha raggiunto e superato per uno 0,6%, quindi regalerò le bottiglie tenute in fresco a qualcun altro”. Fini a casa (insieme a Di Pietro e Ingroia), ma Casini che conserva la cadrega per un soffio, è questo l’unico cruccio di un Berlusconi apparso raggiante. Poi, l’affondo contro Grillo:  “Con questi risultati Grillo non ha mandato a casa nessuno e ha dato una mano alla sinistra”. Chiaro sintomo, questa volta, di paura dell’incognita M5S che “con questi risultati”, come dice B., ha invece dato una mazzata da K.O. a quella che una volta si chiamava Sinistra.

Comunque il Cavaliere, Grillo o non Grillo, ci ha tenuto a ribadire la sua volontà inciucista (il Caimano perde le squame ma non il vizio): “Per il bene dell’Italia tutti devono acconciarsi a fare qualche sacrificio: non credo che quest’Italia possa non essere governata. Io sono tranquillo, ho la coscienza a posto”. E se lo dice lui c’è sicuramente da fidarsi. Il volto di Berlusconi non si vede, ma dalle sue parole traspare la voglia matta di rimettere in qualche modo le mani dentro Palazzo Chigi. Tanto è vero che, di fronte ad uno scarto verso il Pd di soli 100 mila voti, il capo Pdl non replica l’accusa di brogli come aveva fatto nel 2006, ma cerca di blandire gli avversari: “Non abbiamo nessun elemento per poter sospettare dei brogli”.

Berlusconi attacca pura l’austerità montiana, lasciando intendere che dovrà essere lui a menare le danze del Grande Inciucio 2. Ma è il solito Beppe Grillo a chiudere il cerchio: “Riconsegnare il Paese ancora a Berlusconi, questo Mastrolindo che ha contribuito ad affossare il Paese, per 6 mesi, un anno. E’ veramente un crimine contro la galassia, contro l’intera galassia. Bentornato Berlusconi, tra pochi mesi si festeggeranno i 20 anni del Caimano in politica.

M5S primo partito. Al Pd serve Grillo per governare

Il sito del Viminale dedicato allo spoglio elettorale, alla voce “sezioni pervenute”, da questa notte riporta la dicitura “definitivo”. E il dato definitivo della Camera dei deputati, per la quale possono votare tutti, anche gli under 25, è un numero destinato a fare storia. Il Movimento5stelle di Beppe Grillo ha totalizzato 8.688.545 di preferenze, il 25,55% di chi si è recato alle urne. Grillo ha portato il M5S a diventare in poco più di 3 anni (era il 2009 quando videro la luce le prime liste a 5 Stelle) il primo movimento politico d’Italia, superando in dirittura finale, se pur di misura, persino la triste (altro che gioiosa) macchina da guerra del Partito Democratico, fermo a 8.642.700 voti,            il 25,41% del totale.

È vero che la coalizione Pd-Sel ha vinto nel voto popolare sia alla Camera che al Senato. È vero altresì che il Pdl di Silvio Berlusconi è riuscito nel miracolo di riportare a casa i voti in libera uscita dei suoi tanti fans, riuscendo a conquistare tutte le regioni date in bilico dai sondaggi. Ma è solarmente vero che a vincere queste elezioni sono stati Beppe Grillo, il Suo M5S e i milioni di italiani che non hanno percepito quello grillino come un messaggio distruttivo, ma come l’unica reale proposta alternativa  per tirare fuori l’Italia dal fango in cui l’ha gettata l’inciucio con cui la casta si era riunita intorno al governo Monti. Certo, tutti si attendevano un boom di Grillo –anche il presidente Napolitano aveva preparato i tappi per le orecchie- ma nessuno avrebbe scommesso un penny sul sorpasso grillino dei partiti tradizionali.

 

Adesso la parola chiave della prossima legislatura diventerà quella pronunciata da un terreo Enrico Letta già ieri sera: “Ingovernabilità”. Non alla Camera, dove l’assurdo Porcellum assegna alla coalizione vincitrice 340 seggi su 630. Una spropositata enormità. Al Senato, invece, né il Pd, né il redivivo Pdl riuscirebbero a formare una maggioranza, nemmeno alleandosi con i montiani, i quali per miracolo sono riusciti a superare le soglie di sbarramento previste. Considerato che Giorgio Napolitano sarà praticamente costretto ad assegnare l’incarico esplorativo al centro-sinistra (visto il premio vinto alla Camera), l’unica alternativa possibile al Grande Inciucio 2, ovvero Pd-Pdl-Monti, resta l’accordo del Pd con il M5S. Difficile però che i dirigenti piddini, snob e radical-chic (sono 20 anni che dicono che Berlusconi è finito), si presentino col cappello in mano nella villa genovese di Grillo a chiedere i suoi voti in cambio di concessioni al programma grillino. E ancora più complicato che il movimento anticasta di Grillo, che chiama “Gargamella” Bersani e “Mastro Lindo” Berlusconi, possa accettare un accordicchio da Prima repubblica, votando ad occhi chiusi le ricette economico-sociali del Pd.

E infatti, il post pubblicato questa mattina sul blog del M5S non lascia margini alle speranze non dichiarate di Bersani & co. Il titolo è emblematico: “La fine della Terza Repubblica”. L’analisi proposta da un Grillo, stremato dallo Tsunami Tour, ma felice e coccolato dai familiari con camomille e plaid scozzesi, è spietata: “Dicono che sono finiti, lo sanno. Non abbiamo tenuto conto che questa è una guerra generazionalescrive GrilloBisognerà mettere il voto a 16 anni, entrare in Senato a 18, come nei Paesi normali. Ci sono una ventina di milioni di italiani che hanno galleggiato sulla crisi, che non hanno voluto osare perché forse forse, sotto sotto, gli sta bene così”.

Poi, una previsione per il prossimo futuro: “Faranno un governissimo pdmenoelle – pdelle. Noi siamo l’ostacolo. Contro di noi non ce la possono più fare, che si mettano il cuore in pace”.  Parole in cui non si riesce a notare neanche l’ombra di un accordo col Pd, anzi, Grillo continua per la sua strada, convinto che ormai gli italiani abbiano aperto gli occhi e preso in mano il loro destino: “Potranno andare avanti ancora 7, 8 mesi a fare un disastro, ma cercheremo di tenerlo sotto controllo. Cominceremo a fare quello che abbiamo sempre detto, le nostre stelle: l’acqua pubblica, la scuola pubblica, la sanità pubblica. Se ci seguono ci seguono. Se no la battaglia sarà molto dura per loro, molto dura”. Casta in preda al panico.

Urne aperte fino alle 15: decidono maltempo, astensione e indecisi

Oggi urne aperte fino alle 15.00. Ci sarebbe ancora tempo per andare a votare, ma sembra che gli italiani non vogliano sfruttare l’occasione. I dati sull’affluenza ai seggi, registrati alle 22.00 di domenica sera, infatti, non lasciano troppo spazio ai dubbi: ha votato il 55,17% degli aventi diritto, contro il 62,55% della stessa ora delle consultazioni del 2008. Il calo è del 7,38%. Una enormità. La domanda che gli esperti di rilevazioni statistiche si sono posti in questi giorni, dato che un calo del numero dei votanti era atteso, è su quale partito peserà di più la sfiducia degli italiani. Sicuramente il Pdl di Silvio Berlusconi (contestato al seggio di Milano dalle attiviste di Femen), nonostante la strombazzata rimonta, ha visto defluire in buon ordine qualche milione di voti. I delusi dalle mancate promesse del Cavaliere.

Altra fetta di arrabbiati è sicuramente quella che ha sempre votato i partiti “istituzionali” (Pd, Pdl o Udc), ma che adesso, dopo aver assistito ai disastri fiscali imposti dal governo Monti e dalla maggioranza tripartita che lo ha sostenuto, non ne vuole più sapere di votare i professionisti della politica. Voti in libera uscita che dovrebbero andare a finire dritti dritti nelle tasche di quei movimenti che si definiscono rivoluzionari e di rottura con il sistema. Movimento5Stelle di Beppe Grillo in primis, seguito da Rivoluzione Civile di Ingroia e, più in piccolo, dai partiti a Destra dello schieramento politico come Storace o Casapound.

 

Ma è comunque l’incertezza a farla da padrona nella tornata elettorale forse più importante della storia repubblicana italiana. Dei 47.011.309 aventi diritto al voto circa il 23% è dato in rotta verso l’astensione. Troppo grande la disillusione per una classe politica, vecchia e nuova, brava a muovere la lingua e a mostrarsi in tv, ma ritenuta incapace di governare nell’interesse di tutti. Ancora più decisivi saranno però gli indecisi. Una categoria di persone quasi inafferrabile, che sfugge da mesi ai sondaggi e che, probabilmente, deciderà dove apporre la sua X solo nel chiuso dell’urna. Un vero terno al lotto per sondaggisti ed esperti di numeri, tanto da aver fatto rischiare l’annullamento dei tradizionali instant-poll, le interviste a campione effettuate da alcuni istituti demoscopici a seggi ancora aperti. Troppo pericoloso sparare cifre a caldo con l’incognita Grillo a farla da padrona. Nelle ultime ore l’allarme instant-poll è comunque rientrato, sconfitto dalla “ragion di tv” difesa dagli addetti ai lavori.

Ma c’è un’altra variabile che probabilmente sta influendo sull’affluenza alle urne. È il maltempo, anche se i soliti sondaggisti sono divisi al riguardo: c’è chi dice che neve, pioggia e vento gelido influiranno poco o nulla sulla ferrea volontà dei coscienziosi elettori, mentre per altri le prime elezioni svolte a febbraio non vedranno partecipare molte persone, soprattutto anziane, scoraggiate dalle bizze meteorologiche. Sta di fatto che, nella giornata di domenica, intense nevicate hanno interessato in particolar modo Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, mentre la pioggia, accompagnata da forti venti, sta ancora oggi imperversando sul centro-sud. Tutti fattori che rendono ancora più avvincente la maratona tv per la quale i media italiani stanno già scaldando i motori.

La maratona tv dei risultati elettorali

Da oggi, ad urne ancora calde, comincia la maratona televisiva a reti praticamente unificate che spulcerà ogni singola piega dei risultati elettorali. Servizio al cittadino o inevitabile persecuzione? Appena 48 ore. Non è il titolo di un film, ma il tempo che gli italiani hanno potuto godere di silenzio elettorale. Da venerdì a mezzanotte, infatti, era scattato il tradizionale divieto per i candidati alle elezioni politiche di fare propaganda di qualsiasi tipo, interviste a giornali e tv comprese. Un vero dramma per frotte di giornalisti, anchor-man/woman e conduttori di ogni specie, costretti a tenere a freno la lingua dopo mesi dirette, speciali, approfondimenti, faccia a faccia, tribune politiche ed ogni altra diavoleria mediatica possibile.

La categoria era andata sull’orlo di una crisi di nervi. Niente Berlusconi da Santoro, o Bersani da Floris. Nessuna comparsata improvvisa dell’austero Mario Monti persino al Tg3, notoria riserva indiana del Pd. Mai più spettatori annoiati dalla flemma di Ingroia, disgustati dall’onnipresenza di Casini, o impauriti dalle sfuriate di Beppe Grillo che, tra l’altro, in televisione non ci voleva andare, ma ci è finito lo stesso, in tutti i tg, inseguito dai media di tutto il mondo. Fine delle trasmissioni persino per quei pochi fortunati –alcune centinaia di migliaia, lo zero virgola di share– che avevano avuto il coraggio di seguire le apnee programmatiche di Casapound, Forza Nuova e Partito Comunista dei Lavoratori durante tribune elettorali di una noia tombale.

 

Lo sventurato spettatore medio italiano (sottoposto persino a sondaggi clandestini mascherati da corse di cavalli) aveva dovuto rinunciare, forse per sempre, alla curiosa figura del candidato Oscar Giannino, originale nel vestire, imbevuto di cultura economica, ma talmente bugiardo da venire umiliato, oltre che dal professor Zingales, persino dal Mago Zurlì dello Zecchino D’oro. Poi, dopo poche ore dall’inizio del temuto silenzio elettorale, tutto era apparso chiaro: la fulminea scomparsa dai palinsesti televisivi dei volti noti della politica non era una disgrazia, ma una provvidenziale boccata di ossigeno. La teledipendenza da tribuna politica era una malattia da curare esclusivamente con la rimozione della causa del male. La politica in tv.

Purtroppo, da oggi, milioni di pazienti in via di guarigione rischieranno nuovamente l’overdose da telepolitica. La televisione pubblica, la Rai, seguirà i risultati elettorali con più di 70 ore di informazione. Inizio delle trasmissioni previsto pochi minuti prima delle 15.00, ad urne ancora calde appunto. In campo contemporaneamente Tg1 con Francesco Giorgino, Tg2, Tg3, Rainews e, in serata, l’immortale Porta a Porta di Bruno Vespa. Un esercito di giornalisti e telecamere che si avvarrà della collaborazione dell’Istituto Piepoli per instant-poll e proiezioni. Ma anche la concorrenza privata non sarà da meno. Enrico Mentana, direttore del tg di La7, ha già fatto sapere -lui che ha abituato il pubblico a mostruose prestazioni durante interminabili maratone in diretta- che comparirà sul piccolo schermo a partire dalle 14 e 30. Per primo.

Stesso palinsesto offensivo anche per MediasetTgcom24 seguirà in diretta lo spoglio senza interruzioni coadiuvato da Ipr Marketing– e Sky -33 ore di diretta dalle 14.35 fino alla mezzanotte di martedì, con le proiezioni di Tecnè-. La maratona tv prenderà dunque il via lunedì 25 e terminerà solo nella serata di martedì 26, quando verranno scrutinate le schede per le elezioni Regionali. Prima, a partire dalle 15.00 di lunedì, gli instant-poll e poi, dalle 16.00, le proiezioni del Senato e della Camera, nell’ordine. Una scorpacciata di numeri e parole che rischia di far venire il voltastomaco a milioni di cittadini-elettori preoccupati per la drammatica situazione economica e sociale del paese, ma travolti loro malgrado dall’onda della politica, svuotata di contenuti e resa spettacolo dalla tv.

Ultimi sondaggi dalla Svizzera: Grillo vola, Pd e Casini precipitano

A stabilire il divieto di diffusione dei sondaggi negli ultimi 15 giorni di campagna elettorale è stata la legge numero 28 del 2000, punta dell’iceberg del sistema sulla par condicio che considera il popolo sciocco e suggestionabile (fatto tra l’altro tutto da verificare), mentre consente alle elitè politiche e imprenditoriali di usufruire dei preziosi numeri al lotto pescati dai sondaggisti. Una legge opinabile perché dei dati riescono a filtrare comunque nell’epoca di internet e delle connessioni super-veloci, soprattutto in ragione del fatto che le società di rilevamento continuano a svolgere il loro mestiere. Lo scoop, se così si può definire, lo ha fatto il quotidiano svizzero Ticino on-line.

Dario Ornaghi e Filippo Suessli, giornalisti del foglio dedicato ai cittadini del Cantone di lingua italiana, sono riusciti a scambiare qualche battuta con Nicola Piepoli, presidente dell’omonimo Istituto Piepoli; Antonio Valente, dell’Istituto Lorien; e Maurizio Pessato, vicepresidente di SWG. I tre emeriti sondaggisti concordano su un punto di partenza: il boom quasi scontato del Movimento5Stelle e il flop delle liste montiane che rischiano di non raggiungere il quorum (10% alla Camera, 8% al Senato), lasciando così senza cadrega i professionisti della politica Casini e Fini.

 

“Grillo sta salendo, ma non salirà al di là di quanto fatto da Berlusconi nel 1994 (21%, ndr), il livello massimo è il 20%”, dice Nicola Piepoli ai due intervistatori. Dello stesso avviso è anche Antonio Valente secondo il quale le persone si rivolgono al M5S perché “Si tratta di nuova politica, non di antipolitica”. Numeri alti, ma non da capo giro, quelli assegnati ai grillini perché, secondo Maurizio Pessato di SWG, “l’esposizione di questi giorni di Grillo potrebbe portare a sovrastimarlo”. Grillo in pole-position dunque, ma non tanto da insidiare il primo posto della coalizione Pd-Sel, data in ogni caso per vincente anche sul Pdl di Berlusconi.

Secondo Piepoli “la tendenza è quella di una vittoria piuttosto netta del Pd, sia alla Camera che al Senato”. Previsione azzardata, vista la sonnacchiosa campagna di routine condotta negli ultimi giorni da Bersani. È Valente di Lorien a riportare invece la Sinistra con i piedi per terra: “Saranno Lombardia, Sicilia, Campania e Veneto, regioni in bilico, a decidere la partita”. Sulla presunta sfida Pd-Pdl, più netto si dimostra Pessato: “Non c’è possibilità alcuna che il centrodestra possa pensare di raggiungere il centrosinistra alla Camera”, lasciando però aperta la partita (decisiva) al Senato.

Interessante il parere dello stesso Pessato sul nodo ingovernabilità che potrebbe uscire dalle urne.  Secondo il vicepresidente di SWG, a Monti e Vendola converrà scendere a compromessi, e lo stesso discorso “vale anche per Casini e Fini. Che il Pd sia o meno autosufficiente dovranno far prevalere un senso di responsabilità. Se non danno governabilità al paese, si tornerà presto alle urne e loro non si potranno più ripresentare, nessuno di loro”.

A conti fatti, anche se segreti, appare a tutti scontata, anche a Maria Teresa Meli sul Corriere, l’inarrestabile ascesa di Grillo e il contemporaneo trend al ribasso del Pd. Il M5S non riuscirà forse a riprendere la banda Bersani, ma il doppiaggio del Pdl è già avvenuto. Ancora più drammatiche le previsioni circa il futuro del Centro montiano, che i sondaggi segreti descrivono sempre più Centrino. Monti, Casini e Fini (il cui partito secondo Berlusconi raggiungerebbe numeri da prefisso telefonico) sono in caduta libera, soprattutto in quelle che dovevano essere le regioni chiave per l’accordo post elettorale col Pd: Lombardia, Sicilia, Campania e veneto. Il Professore rischia di diventare persino un sovrano senza sudditi se Scelta Civica non riuscirà a raggiungere il quorum del 10% alla Camera. Comunque tra 48 ore i dubbi verranno sciolti.

Domani si vota. È Grillo il vero avversario di Bersani

Ieri, venerdì 22 febbraio, è stato l’ultimo giorno di campagna elettorale che i candidati alle elezioni hanno voluto sfruttare fino alla mezzanotte. Autoescusosi Oscar Giannino, che stava portando Fare molto vicino alla soglia di sbarramento del 4% alla Camera (i suoi hanno organizzato un sit-in a piazza Santi Apostoli a Roma, ma nessuno ci ha fatto caso), non si può certo dire che abbiano lasciato il segno Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, anche lui a Roma, e Scelta Civica di Mario Monti. Il Professore ha optato per Firenze come tappa conclusiva del suo tour (si fa per dire) elettorale, ma dell’evento mediatico-popolare non si sono accorti nemmeno i soliti turisti in coda agli Uffizi.

C’è poi l’intramontabile Berlusconi che, a dire la verità, sul viale del tramonto sembra adesso ben avviato. Il Cavaliere doveva presenziare alla kermesse di Napoli, proprio la città della fidanzata Francesca Pascale. Ma, complice un’indisposizione che alla stampa è stata presentata come congiuntivite, i medici gli hanno consigliato di rimanersene al calduccio di Palazzo Grazioli, lasciando al giovane e rampante Angelino Alfano le luci della ribalta e limitandosi ad un freddo e distaccato intervento in video. A sentire le malelingue, prima fra tutte quella di Beppe Grillo, sembra invece che lo staff del Cavaliere abbia fiutato l’aria di fronda che tirava nella città partenopea e abbia così deciso di evitare al vecchio Berlusconi il colpo fatale di una piazza semivuota. In serata l’uomo di Arcore ha provato a rilanciare: “Alziamo le pensioni minime, ma a quell’ora i pensionati erano già andati tutti a dormire.

 

Un quadro non troppo edificante delle forze politiche in lizza che lascia campo aperto alla vera sfida di queste elezioni, le prime a tenersi sotto la neve ed il freddo. Sarà il Movimento5Stelle l’unico avversario della coalizione Pd-Sel. Pierluigi Bersani ha cercato di mostrare sicurezza in quel dell’Ambra Jovinelli, lo storico teatro romano dove il segretario ha chiuso i battenti del carrozzone elettorale. Ma le cose non sono andate come auspicato dal segretario, nonostante il ritrovato feeling con Nanni Moretti. Intanto, quello dell’Ambra è stato (volutamente) un appuntamento per pochi eletti, visto il rischio flop in piazza. Piazza, e che piazza, quella di San Giovanni, che invece Beppe Grillo è riuscito a riempire all’inverosimile. “Siamo 800 mila” gridava ieri sera il mattatore genovese dal palco. Cifra forse gonfiata, ma non troppo lontana dal quantificare il fiume di persone che hanno voluto partecipare al Saràunpiacere day, ultima tappa dello Tsunami Tour grillino.

Tornando a Bersani -che ha parlato nel pomeriggio mentre Grillo si è presentato ai suoi sostenitori alle 21.00, come una rock star-, c’è da dire che il candidato premier Pd ha dato subito la misura di come stanno i fatti. “Mi sento molto stanco”, ha esordito all’Ambra, dando voce a sospetti più che fondati. “Io sono figlio di un meccanico, non sono un miliardario. E a me non preoccupa l’insulto che Grillo fa a me, questa robacciaaveva poi aggiunto col solito eloquio coloritoMi preoccupa quando dice “Fuori dall’euro”. Mi preoccupa che se vince uno così noi andiamo nei guai, il giorno dopo le elezioni. E lo dico non per me, ma per i figli miei e suoi”.

La storia del meccanico e del miliardario in serata è stata però tramutata da Grillo in un boomerang per il Pd. “Bersani sbaglia, lui mi doveva dare del figlio di miliardario. La verità è che lui è un parassita che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, io i miei soldi me li sono guadagnati”. Spentisi i fari su San Giovanni, con tanto di polemiche per i divieti posti alla stampa italiana (considerata corrotta e di parte, non come quella estera), oggi è giornata di riflessione. Consuetudine che non riesce a togliere la sensazione che il M5S possa fare un Boom più grande persino di quello del Pd.