The day after B.

Come sarà il mondo senza Berlusconi? A questa domanda non potrebbero certo rispondere tutti quei giovani che nel 1994 non erano ancora nati, o erano troppo piccoli per avere coscienza dei mali della vita e della politica. Un mondo senza Berlusconi, in fondo, c’era già stato, anche se questi duri anni di deculturalizzazione della politica, e di bombardamento del Nulla catodico, hanno sopito il ricordo anche in chi c’era già quando l’ormai vecchio Silvio era solamente il rampante impresario televisivo di Drive In. Prima dell’inizio della fine. Un mondo senza Berlusconi, però, è la prospettiva concreta che si è aperta già da qualche tempo nelle segrete stanze del potere, ma che è stata sancita ufficialmente per il grande pubblico solo dai clamorosi risultati delle elezioni amministrative.

Senza dimenticare l’exploit bulgaro di De Magistris a Napoli, l’epicentro del terremoto politico, che ha messo in moto il meccanismo che metterà fine in breve tempo alla poderosa macchina mediatico-burocratica del Ventennio berlusconiano, è stato proprio in quella città di Milano, culla della way of life berlusconista e caldo focolare domestico, considerato inviolabile sino a ieri dai berluscones duri e puri. La vittoria di Giuliano Pisapia (nella foto in alto durante un comizio elettorale) non è, come si affannano a ripetere ormai da giorni gli impanicati cortigiani pidiellini, una affermazione di carattere locale, bensì l’immagine di una debacle della destra dal significato politico enorme, un segnale di cambiamento inequivocabile della società italiana.
Era stato proprio Berlusconi, infatti, in tempi non sospetti, a cercare il colpo di coda per uscire dall’angolo in cui l’avevano chiuso i Suoi, ormai divenuti più simili a pescecani intorno ad una preda ferita piuttosto che fidati e fedeli scudieri del capo: “Il voto di Milano ha carattere politico nazionale; una Nostra schiacciante vittoria permetterà al governo di andare avanti con le riforme (lèggi impunità giudiziaria)”. Berlusconi ha puntato tutto, ancora una volta, sul suo appeal pubblicitario e sull’arma di distrazione di massa del vecchio nemico comunista da sconfiggere. Ma, stavolta, qualcosa è andato storto, stavolta la “gente” tanto cara al premier, a votare non c’è andata, non ha più scritto, osannante, quel fatidico nome sulla scheda. Il mago ormai non incanta più. Le sue pillole della giovinezza e le promesse di felicità eterna non scaldano più i cuori dei disincantati sostenitori. Sarà stata la crisi economica, sarà colpa del cambio di stagione, ma il fatto è che, come direbbe Corrado Guzzanti alias Gianfranco Funari, “la gente s’è stufata” di vedere quella faccia in tv e il bello è che non c’è più nulla da fare: un programma quando non fa più odiens si taglia. Vittorio Sgarbi ne sa qualcosa

30 maggio 2011

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