Dopo Gheddafi

Con il corpo dell’ex rais di Tripoli ancora caldo, se non altro perché le ultime, frammentarie, notizie lo danno ancora vivo e vegeto, le cancellerie dei governi “democratici” occidentali già si fregano le mani al pensiero della crescita dei profitti che si potranno ricavare dal petrolio libico, ora che la scomoda figura di Gheddafi sta uscendo mestamente di scena. Certo, il crollo del potere di un dittatore estremista –il prossimo potrebbe essere il siriano Assad, oppure i membri della nomenklatura israeliana- deve sempre essere salutato con entusiasmo e rinnovata speranza, ma cadere nella trappola del Bene che vince sul Male, in nome di un concetto di democrazia all’occidentale a dir poco discutibile, sarebbe un errore imperdonabile. Si guardi al caso dell’Egitto del dopo Mubarak (per non parlare dei recenti fallimenti in Iraq ed Afghanistan), dove il popolo è desideroso di democrazia e libertà, ma dove sono i militari ad aver ripreso già in mano le redini del potere in nome della “stabilità” nella regione mediorientale, ovviamente con il beneplacito di Obama e degli altri “protettori” delle prevaricazioni di Israele sulle giuste rivendicazioni dei palestinesi.
La pretesa è ancora quella, risalente alla II Guerra Mondiale, di uccidere, bombardare e conquistare in nome di una superiorità morale di un concetto di democrazia che nel mondo ha da tempo diviso il suo percorso dal liberalismo di Mill e Tocqueville, oppure dalla primigenia democrazia partecipata dell’antica Grecia,  per finire a diventare una copertura dell’affarismo finanziario capitalista e dei giochi pericolosi degli speculatori di borsa. Una ricchezza eterea e divenuta di pochi, se si va ad analizzare la tremenda crisi economica e morale che sta inesorabilmente erodendo dall’interno le società cosiddette Occidentali. Riprova ne è il fatto che molti mass-media hanno subito riportato la gioia del mercato borsistico dopo la notizia della caduta di Tripoli, come se la spartizione del petrolio che fu di Gheddafi potesse lenire il male inguaribile di un mondo dove il successo finanziario è divenuto l’unico metro per giudicare i rapporti tra le persone. Di fronte poi al rischio di interminabili e sanguinose lotte tribali nel deserto libico, si nasconde tutto dietro le immagini fuorvianti del “popolo che festeggia in piazza”. Evidentemente la criminale corruzione del governo Karzai in Afghanistan non è servita da monito ma, anzi, come esempio da ripetere per una riconquista del Terzo mondo da parte di un agonizzante ed azzoppato Occidente capitalista. 

23 agosto 2011

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